Carducci e il Liceo Bagatta

Con qualche apprensione, a fine giugno 1882, a Desenzano si apprende che Commissario designato agli esami di maturità presso il locale liceo parificato è l'illustre poeta e cattedratico Giosue Carducci. La fama di anticlericalismo che accompagna l'autore dell'Inno a Satana suscita presumibilmente preoccupazione nel corpo insegnante, composto per lo più da preti (sei su otto). Lunedì 3 luglio Carducci giunge in treno da Verona, alloggia all'Hotel Mayer o all'albergo Trento, e alle nove fa il suo ingresso al Liceo, dove lo attendono il preside Giovanni Rambotti e sette maturandi. Il giorno seguente gli esami hanno inizio. Il Carducci ne parla in una lettera dell'8 a Severino Ferrari:

«A Severino Ferrari, Firenze Desenzano sul lago, 8 luglio 1882
Caro Severino, La sua lettera mi giunge qui, dove faccio il commissario sugli esami di licenza di questi lombardotti. Mi hanno messo in una camerata con due file di letti, e finestrelle in alto, e panchettine sette in mezzo dove i lombardotti scrivono. E i professori sono tutti preti, e il preside è un notaio, un notaio lungo, di pelo bianco, vestito di nero. E mi hanno arrecato di che mangiare. Una buona costoletta lombarda, a la fe' di Dio, con patatine bene crogiolate, e del formaggio stupendo, e delle albicocche, delle albicocche che nulla hanno a invidiare a quelle che rosee galleggiano fra 'l verde mite dei verzieri della dolce Toscana. Anche del vino mi hanno arrecato, del buon vinetto nero. Ho chiesto del leggero, e qui il nero è leggero, perché hanno, sul lago (pare impossibile), anche un vinetto bianco ch'è un po' traditorello il furbetto. Ma io devo guardare ai lombardotti, e non vo' farmi imbecherare dal vinetto loro bianco, che non mi ammorbidisca a guardarlo con gli occhi imbambolati. Ma questi lombardotti guardano me che mangio, mentre e' devono scrivere i loro poveretti pensieri nel loro poveretto e lumacoso volgare. Mi guardano e pensano: - Oh quanto saria meglio mangiare costolette come fa il commissario, e sgranocchiare patatine e succiarsi albicocche, e berne un pochetto di quel neretto innocente! E io rispondo: - Avete ragione, o lombardotti, tanto non sarete voi il Fracastoro, nè il Castiglione: ma intanto mangio io; e voi scrivete sul Tasso: ma quasi quasi vorrei esser voi, e pigliarmi la briga di fare il vostro esame, per poi andarmene per la laurea in Firenze, per una laurea, per due lauree, per tre lauree perenni, come l'amico Severino. Al quale eccomi ritornato. Quest'aspetto della camerata e il viso dei lombardotti e dei loro vecchi preti e del notaio, ma più forse il vinetto nero e la costoletta m'ha distratto dalle lunghe noie e dai dolorosi dispetti a dire sciocchezze come Severino. Mi sfogo a dire sciocchezze, ma il mio cuore è triste. Ormai si può morire, dico noi, non lei e quelli dell'età sua. Ma noi in verità si può morire. A rivederci. Suo. Ehi, posso far nulla per Lei? Io starò qui fino verso il 15.»

Gli esami procedono senza particolari tensioni, tanto che la sera del 10 Carducci accetta l'invito rivoltogli dal preside Rambotti e, a casa sua, visiona la collezioni dei reperti provenienti dagli scavi di Polada degli anni settanta. Dovette esserne favorevolmente colpito, giacché l'anno successivo scriverà al Rettore dell'Università di Bologna:

«A Giovanni Capellini, (Bologna). (Desenzano, primi giorni luglio 1883)
Caro Capellini,
ti raccomando il desiderio del sig. cav. Rambotti, preside di questo liceo di Desenzano, cultore amoroso delle ricerche preistoriche e degli studi storici, che ha una bella collezione sua molto importante, e cerca di onestamente arricchire quella del suo Liceo. Te lo raccomando vivamente.»

Nello stesso anno (1883), in data 4 luglio, troviamo però un giudizio che potrebbe apparire pesantemente negativo sulla preparazione degli studenti e sulla didattica bagattiana; in una lettera a Dafne Gargiolli scrive:

«... (in parentesi, come son bestie questi liceali e come istruiti male, ma sono anche bestie veramente di lor natura) ...»

Come dobbiamo interpretare questo passo? Come pesante giudizio di valore o come sfogo iperbolico del tipo di quelli che, di tanto in tanto, si lasciano sfuggire ancora oggi diversi insegnanti? Ebbene, qualche mese dopo, il primo ottobre 1883, Carducci presiedette la commissione valutativa della Gara tra i licenziati d'onore da' licei, gara nazionale tra tutti coloro che a luglio avevano ottenuto la licenza liceale col massimo dei voti. A questa gara partecipò anche un lombardotto ex-alunno del Bagatta, Luigi Bazoli (che sarebbe divenuto poi personaggio importante in ambito bresciano). La gara fu un vero massacro: su ottantotto concorrenti, quarantotto furono giudicati insufficienti. Il bagattiano Bazoli si classificò... quinto assoluto, ex aequo con il quarto, primo assoluto tra i licei pareggiati, ottenendo medaglia d'argento. Ecco la classifica:

«Medaglia d'oro:
1. Ferrero Augusto, dal r. Liceo Gioberti di Torino (punti 112)
2. Baccelli Alfredo, dal r. Liceo E.Q. Visconti di Roma (punti 111)
3. Rossi Pietro, dal r. Liceo di Pavia (punti 104)
Medaglia d'argento:
4. Villanis Alberto, dal r. Liceo Cavour di Torino (punti 97)
5. Bazoli Luigi, dal Liceo pareggiato di Desenzano (punti 97)»

Interessanti alcuni stralci della relazione che il Carducci invierà al Ministro della Istruzione:

«... La colpa (dell'alto numero delle insufficienze) non è degli insegnanti o dell'insegnamento. Sia vero. Se bene... bisogna pur ammettere che da una instituzione buona qualche cosa si guadagna e in una cattiva instituzione qualche cosa si perde. La colpa sarà forse dei metodi, e, più largamente, dell'ambiente, come oggi dicesi, letterario. Ma i metodi si mutano; ma l'ambiente letterario a punto si modifica, si corregge, si rimuove con la buona istruzione classica secondaria e superiore. ... E sopra tutto si abbia a mente che i Licei debbono dare non filologi puri o estetici o critici di questa o di quella scuola, ma cittadini che abbiano un'alta idealità degli studi umani e della tradizione del pensiero e dell'arte nazionale.»

Mutatis mutandis, forse queste parole possono considerarsi anche ai giorni nostri di qualche attualità.

(Fonte primaria: E. Campostrini, Con Carducci a Desenzano, Brescia 1999)